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IL BRONZO NELL'ARTE CLASSICA

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IL BRONZO NELL'ARTE CLASSICA

Presso i greci e, dietro il loro esempio, anche presso gli Etruschi ed i Romani, il bronzo ebbe un ruolo così importante e significativo che difficilmente si può riscontrare presso altri popoli. Il bronzo, infatti, anche se meno pregiato dell'oro e dell'argento, condivide con questi metalli, l'alto grado di perennità e di trattabilità insieme, ossia duttibilità, malleabilità, fusibilità. La tecnica più antica e più usata per la lavorazione del bronzo (che, come noi sappiamo, è una lega le cui parti essenziali sono il rame e lo stagno) è quella della lamina, facilitata da una maggiore presenza di rame (materiale più malleabile tra i due costituenti della lega). Un altro metodo di lavorazione consiste nel battere con il martello sopra un modello di legno, il metallo arroventato. Non mancano per altro, esempi di rilievo in bronzo fuso, ma campo preferito della fusione è senz'altro la statuaria, per la quale il procedimento, secondo la tradizione, venne per la prima volta applicato in Grecia verso la metà del secolo VI a.C. per opera di Reco e Teodoro di Samo che a loro volta lo ebbero dagli Egizi. Delle opere in bronzo e dei bronzisti si hanno notizie dalla letteratura antica e dai documenti epigrafici. Nostra fonte è, infatti, Plinio il Vecchio che, nella sua Storia Naturale, parla delle varie leghe, dei soggetti rappresentati e infine della statuaria in bronzo. Nonostante ci siano giunte notizie di abbondanti produzioni bronzee di vario genere, ci sono pervenuti solo scarsi avanzi, soprattutto perchè il valore materiale del bronzo incitava alla distruzione.

L'analisi chimica moderna delle opere che ci sono pervenute in buono stato non è riuscita a strappare ai bronzi antichi il segreto della loro composizione, nè si sono rilevati interamente i procedimenti tecnici del getto ma, si suppone che quest'ultimo si facesse per lo più con il procedimento detto a cera persa. Tale tecnica consiste, nella sua attuazione più semplice, nell'eseguire un modello in cera (malleabile e quindi docile al tocco dell'artista) che viene poi ricoperto con materiale refrattario (terra e sabbia mescolate ed opportunamente preparate) per costruire una forma che -predisposti i fori di entrata e di uscita- viene cotta in fornace con fuoco a legna. La cera si liquefa e brucia e lascia gli spazi dove viene colato il bronzo, il quale assume esattamente, anche nei piccoli dettagli, la forma del modello di cera. Per statue di enormi dimensioni si ricorre più opportunamente alla fusione internamente vuota. In questo caso il modello di cera è plasmato su un nucleo di terra e poi ricoperto ancora da un materiale refrattario: esso costituisce così una sorta di intercapedine che ha lo spessore poi desiderato per il bronzo. La cottura fa liquefare lo strato di cera e la lega, ivi colata, riempie lo spazio prima occupato dalla cera stessa. Nell'interno delle statue antiche si possono ritrovare, infatti, residui di terra cosiddetta di fusione.

Nel celebre kylix conservato al museo di Berlino, in cui sono illustrate alcune fasi del lavoro in una fonderia, il "Pittore della Fonderia" ci mostra modelli, parti staccate, alcuni strumenti. La statua del guerriero è realizzata a parti staccate, come si usa quando il getto riguarda opere di notevoli dimensioni (e la statua del kylix a giudicare dal confronto con gli artefici, lo era) e, soprattutto, quando si tratta di realizzare le parti che creano sottosquadro (testa, piedi). Questi pezzi erano solitamente segati dal modello di gesso, fusi a fusione piena e poi montati. La capigliatura, la barba, le ciglia, le narici, le labbra, erano ottenuti con lavorazione a freddo mediante scalpello e bulino, che perfezionavano la forma grezza, uscita dalla fornace, con un'accurata opera di intaglio. Questa cesellatura è tipica della bronsistica antica. Raschiatoi, lime, scalpelli, bulini erano gli strumenti di varia foggia e di varie dimensioni, usati per la puntuale riproduzione di particolari anatomici (unghia, ciglia, sopracciglia). A ciò si aggiungeva talvolta la sovrapposizione di lamine di rame (per le labbra e per le areole dei seni) nonchè l'inserimento di pasta vitrea ed avorio per l'iride e la cornea dell'occhio. Ci si può comunque chiedere come mai una materia così austera come il bronzo, abbia acquistato tanto favore nella statuaria antica. E' supponibile che ciò dipenda da ragioni ottiche: la luce di ambienti chiusi si confà di più agli effetti del marmo, mentre il bronzo acquista maggiore risalto nei luoghi aperti. Nel colore scuro del bronzo inoltre, vi è una spinta fortissima a far risaltare nell'opera i valori plastici, l'evidenza della linea, la precisione dei piani, tutto cioè, quel complesso di qualità che fa riconoscere lo stile proprio del bronzo persino nelle copie in marmo da originali in bronzo, che furono tanto in voga nell'età posteriore. Ed ancora: il lavoro in bronzo fuso favorisce la libertà di movimento nella statua, il distacco delle parti, ad ottenere il quale il marmista spessissimo deve ricorrere a sostegni ed a puntelli. Nella statuaria i Greci lasciarono dietro a sè tutti gli altri, anche gli Egizi, dandole un'evoluzione mai raggiunta nè superata. Ciò fu dovuto alla loro innata attitudine artistica, tendente a dare la massima perfezione nelle arti, nell'espressione plastica, nella statuaria.

di Carbone Santina, Fondacaro Esther, Frisina Sabina, Iacopino Fernanda, Pacilè Claudia

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